In Bruges

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In Bruges è, oltre che un originale pastiche di generi (la black commedy, il noir, l’action, il racconto pulp), soprattutto un film che racconta e descrive una città magnifica.

Chi è stato a Bruges non può negarne il fascino e la sua dimensione assolutamente fuori dal tempo e dallo spazio: il bellissimo centro storico medievale, i canali in cui nuotano centinaia di cigni, i castelli e le torri, sono dei veri e propri portali per altre epoche ed altri mondi. Ecco quindi che una vicenda altrettanto surreale, folle ed assurda come quella raccontata nel film di Martin McDonagh (due gangster inglesi vengono “esiliati” dal loro boss a Bruges dopo che uno dei due ha, accidentalmente, ammazzato un ragazzino) non poteva che essere collocata, geograficamente, in un luogo altrettanto al di fuori del reale come Bruges.

Una scelta che si rivela azzeccata per due motivi: perchè risolleva le sorti di un film che altrimenti sarebbe stato l’ennesimo noir d’imitazione tarantiniana (dialoghi/monologhi su argomenti assolutamente slegati dai temi del film, una violenza assurda e fracassona, personaggi caratterizzati all’eccesso, come nemmeno nei fumetti), e soprattutto perchè regala allo spettatore alcuni splendidi scorci di una delle città più belle d’Europa e, forse, del mondo: un luogo rimasto fermo nel tempo, in cui ci si aspetterebbe di incrociare per le strade cavalieri e principesse. Come succede a Ray (il personaggio interpretato da Colin Farrel, che per tutto il film cerca in ogni modo di scappare da “questa cazzo di Bruges”, in uno dei leit motiv più divertenti di tutta la pellicola) che, nella sequenza finale, ormai morente, vede scorrere davanti ai suoi occhi i membri del cast di un film in costume, in una serie di immagini in cui la realtà del mondo in cui viviamo (fatto di morte e di violenza, temi che permeano tutta la pellicola di McDonagh) si fonde con la finzione del mondo cinematografico e con la magia di un luogo rimasto fermo nel tempo.

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